domenica 4 luglio 2010

United Soccer of America - 2


Photo: SI.com
[parte 1]

Il centrocampo è il reparto dove convivono altri americani dalle origini più disparate. Uno dei più celebri è Tabaré "Tab" Ramos Ricciardi: i suoi natali sono a Montevideo, per quanto i due cognomi tradiscano radici spagnole ed italiane. Trasferitosi con la famiglia negli Stati Uniti all'età di undici anni, si stabilisce a Kearny, nel New Jersey: dimostra fin da subito una certa propensione al soccer, tanto da essere scelto dai New York Cosmos nel 1984.

Preferisce, però, dedicarsi agli studi del college: un lustro dopo contribuisce al bronzo degli USA ai Mondiali di futsal in Olanda e, l'anno seguente, approda in Spagna. Divenuto celebre anche per la gomitata rifilatagli dal brasiliano Leonardo che gli causò una frattura al cranio, è stato il primo giocatore messo sotto contratto per la MLS.

Peraltro a Kearny, tirando i primi calci al pallone, Ramos conosce i futuri compagni di nazionale John Harkes e Tony Meola: incursore di origini scozzesi sbarcato agli inizi degli anni Novanta nella Premierleague inglese - ancor oggi è l'unico americano ad aver segnato in una finale di Coppa di Lega, con lo Sheffield Wednesday nel 1993 a Wembley -, Harkes è l'autore ad USA 94 del traversone che il colombiano Escobar devia maldestramente nella propria porta, un autogol che pagherà con la vita al rientro in patria.

Sangue latino, invece, per Claudio Reyna, figlio di un calciatore professionista argentino emigrato - pure lui - nel New Jersey e sposatosi con una donna americana di origini portoghesi.

E anche per Hugo Pérez: nato e cresciuto in El Salvador, dove sia il padre sia il nonno avevano giocato a calcio ad alti livelli, si stabilisce negli USA nel 1974 e, dopo quasi dieci anni di attesa, ne ottiene la cittadinanza, in tempo per far parte della selezione olimpica ai Giochi di Los Angeles.

Nell'anno dei Mondiali italiani, grazie a Johann Cruijff, sembra ormai certo il suo passaggio al Parma, poi la mancata convocazione alla Coppa del Mondo a causa di un infortunio manda a monte la trattativa: uomo di profonda fede, legge la Bibbia ai compagni durante il lungo ritiro pre-Mondiale.

Antenati tedeschi, invece, per Mike Sorber, terzo elemento della linea mediana nel 5-3-2 di Milutinović, mentre nella schiera dei ragazzotti scovati nelle squadre dei college c'è una giovane promessa con i capelli a treccine che penzolano sul volto dalla pelle mulatta: si chiama Cobi Jones ed è il simbolo della più drammatica migrazione verso gli Stati Uniti, quella della tratta degli schiavi dall'Africa.

Strani incroci tra Vecchio Continente e Continente Nero tra i componenti dell'attacco: la coppia titolare è quella formata da Stewart e Wynalda.

Earnest "Earnie" Stewart nasce nei Paesi Bassi dall'omonimo padre, un afroamericano che lavora nell'aeronautica statunitense, e da Annemien, olandese: eccezion fatta per una fugace quanto tardiva apparizione nella MLS in prossimità del ritiro dal calcio giocato, la sua carriera si concentrerà esclusivamente in Olanda.

Lo stesso paese da cui proviene la famiglia di Eric Wynalda, biondo attaccante  che segnerà il primo, storico gol della MLS: appassionato di surf, doti da imitatore e proprietario di un'automobile che sfoggia il suo cognome sulla targa, viene spinto verso il calcio dal padre Dave che, però, pratica il football americano.

Dopo i Mondiali italiani va a giocare in Germania, al Saarbrücken, anche per imparare un po' di disciplina: qui gli viene affibbiato il soprannome di "Big Mac sulla palla".

Tra le loro riserve c'è il promettente Joe-Max Moore. Soprattutto, c'è Fotios "Frank" Klopas, passato in età infantile dalla compostezza del villaggio greco di Prosimna ai rumori di una metropoli come Chicago, dove si dedica all'indoor. Ma il calcio, quello tradizionale, è un'altra cosa. E, da buon greco, non resiste al richiamo della sua terra natìa: per otto anni torna in patria, dove veste le maglie di AEK e Apollon, poi chiude la carriera nella neonata MLS.

Non poteva non far parte di questa selezione multicolore un autentico cosmopolita quale Roy Wegerle: nasce a Pretoria, quando in Sud Africa vige ancora l'apartheid, e nonostante un provino con il Manchester United decide di andare nei college americani per coltivare la passione del calcio, negatagli al liceo perché il pallone era considerato "uno sport per i neri".

In Florida non solo può dare libero sfogo ai suoi interessi, ma conosce anche la moglie Marie Gargallo, di Miami: grazie a questo matrimonio ottiene la cittadinanza USA nel 1991, anche se nel frattempo è volato in Inghilterra per migliorare il proprio livello tecnico. Dopo un lungo girovagare, anche per lui la carriera finirà nella MLS.

Quella nazionale, "con più stelle sulla propria maglia che in squadra" come scrive Gianni Mura, si comporta più che dignitosamente: esordisce con un pareggio contro la Svizzera al "Pontiac Silverdome" di Detroit - primo incontro nella storia di un Mondiale di calcio ad essere disputato al coperto -, supera di misura la Colombia e, infine, rimedia una sconfitta per 1-0 ad opera della Romania. Basta, comunque, per passare il turno.

Photo: mlssoccer.com
Ma il sogno americano svanisce agli ottavi: passa il Brasile che, due settimane dopo, alza al cielo la sua quarta Coppa del Mondo. Ironia della sorte, la partita da dentro o fuori contro i futuri vincitori si gioca il 4 luglio: in caso di vittoria, sarebbe stata ancora una volta una giornata di doppia festa.

Naturalizzati, afroamericani, immigrati, ispanici: in quel giorno tutti si sarebbero sentiti americani, tutti avrebbero gioito avvolgendosi nella bandiera a stelle e strisce.

E, chissà, avrebbero anche temporaneamente cambiato il nome della loro nazione in United Soccer of America.

(2 - fine)

Fonti:
Kuper, Simon (2008). Calcio e potere. Isbn edizioni.
Markovits, Andrei e Hellerman, Steven (2001). Offside. Soccer and American Exceptionalism. Princeton Paperback.
http://archiviostorico.corriere.it
http://archiviostorico.gazzetta.it
http://articles.latimes.com
http://ricerca.repubblica.it
http://www.fifa.com

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