martedì 6 settembre 2011

La Colombia e il complesso di Edipo - 2


Photo: Deportes.terra.com
Fa freddo, a Buenos Aires. Si respira un'aria tesa. Argentina-Colombia è il drammatico spareggio per la sovranità in uno dei due gironi di qualificazione.

Il servizio d'ordine è imponente - 2.400 poliziotti - anche se la situazione è sotto controllo: i brutti ceffi delle barras bravas rimarranno fuori dallo stadio.

I giocatori colombiani giungono a Buenos Aires solamente il venerdì mattina, dopo aver sopportato la calura di Barranquilla ed il freddo di Bogotá. L'accoglienza all'aeroporto non è esageratamente ostile, anche se qualche tifoso argentino arpeggia un inequivocabile "Narcotraficantes, narcotraficantes!".

Non è solo il paese di Asprilla, Higuita e Valderrama, la Colombia. Anzi: oramai è diventata la terra dei cartelli della droga di Bogotá, Cali e Medellín, il regno di Pablo Escobar.

Resa inquieta dalle diversità sociali, strozzata dall'aspro duello tra Stato e trafficanti di cocaina, ostaggio del terrore, la Colombia riscopre la gioia di vivere grazie alla sua nazionale di calcio, attorno alla quale si stringe l'intero paese e che unisce tutti, anche quanti nella vita di tutti i giorni sono acerrimi nemici.

Una nazionale temuta e rispettata, tanto dai semplici avventori dei bar di Buenos Aires quanto da voci ben più autorevoli.

L'intellettuale Osvaldo Soriano è incline al pessimismo: dice che l'Argentina dovrà marcare "il vecchio" (Valderrama), far sì che "Freddy" (Rincón) non vada in contropiede e preoccuparsi del "ciccione" (Valenciano).

E conclude: "Se la tribuna ruggisce per novanta minuti, se Dio Nostro Signore accetterà di stare ancora una volta dalla nostra parte, se la Colombia sarà in giornata storta, allora possiamo vincere".

Oscar Ruggeri, pilastro della difesa dell'Albiceleste, entra duro, da tergo: "Ho giocato due finali dei Mondiali, e non ho visto la Colombia dall'altra parte. Ho vinto due volta la Copa América, ed anche in quel caso non c'era la Colombia. Proprio non li capisco, i giornalisti. Hanno dato fin troppa importanza ad un buon gruppo che, però, non è uno squadrone".  

Sotto sotto, tuttavia, questi argentini temono i rivali odierni. E non è un timore meramente riconducibile al valore della Colombia, alla sua ascesa negli ultimi anni. Colpa della nazionale di Basile, accusata di non saper onorare il nome dell'Argentina pallonara. La tradizione, il blasone sembrano l'ancora di salvezza degli argentini, che fanno leva sul glorioso passato.

"L'Argentina è la storia del calcio stesso. E la storia non si può cambiare. Argentina arriba, Colombia abajo" sentenzia un Maradona crepuscolare eppure ancora invocato come salvatore della patria.

Chi di storia ferisce, di storia perisce. I quotidiani colombiani sottolineano che, sei anni prima, l'undici di Maturana aveva già profanato il sacro tempio del calcio argentino, battendo 2-1 i campioni del mondo, con Maradona in campo, nella finale per il terzo posto in Copa América. E poi replica Perea, difensore della nazionale: "La storia non peserà. Tutti parlano della superiorità argentina, della maggior predisposizione a giocare partite così difficili. Ma quella è una storia che hanno scritto altri giocatori". Ora è tempo di scriverne un'altra. Ora è tempo di giocare.

Fa freddo, a Buenos Aires. Eppure gli spalti del "Monumental" sono un meraviglioso affresco dalle tonalità cerulee: è tutto dipinto di bianco e di celeste.

Frastornata dalle urla e dagli insulti dei tifosi argentini, la Colombia rischia di sbandare nei primi minuti: l'undici di Basile è gasato, aggredisce l'imbambolata difesa ospite ed incute timore a Óscar Córdoba, il sostituto di Higuita tra i pali. Medina Bello, il più pimpante della nazionale di Basile, lo chiama in causa con una debole conclusione dalla distanza, Batistuta lo grazia difettando nel controllo del pallone quando la logica - e il pubblico argentino - lo vorrebbe veder calciare a rete.

I primi quaranta minuti si consumano tra le sfuriate dell'Albiceleste e i pronti rimbrotti dell'arbitro Ernesto Filippi, uruguayano di origini lucchesi, ai giocatori più infervorati. Ora è il momento di riscrivere la storia.

(2 - continua)

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