martedì 29 maggio 2018

Calcio e poesia: Osip Mandel'štam / 1


Forse a noi italiani il Mondiale in Russia significherà ben poco, data la mancata qualificazione degli azzurri. E invece trovo stimolante che si giochino delle partite a Mosca, a San Pietroburgo o nell'exclave di Kaliningrad perché sono città che hanno segnato la storia del Novecento. E poi perché reputo la Russia una potenza mondiale in ambito culturale, artistico e musicale.

Per il secondo appuntamento con la "rubrica" sul rapporto tra calcio e poesia vi porto proprio nel Paese che ospiterà a breve i Mondiali. E lo faccio attraverso un letterato poco noto in Italia, o quantomeno dalla fama non paragonabile a quella di un Bulgakov, di un Dostoevskij, di un Tolstoj: si tratta di Osip Mandel'štam, "il più grande poeta russo del novecento". E se l'ha sentenziato un premio Nobel per la letteratura come Iosif Brodskij bisognerà pur crederci. 

Nato a Varsavia ma cresciuto a San Pietroburgo, Mandel'štam è forse l'esponente più noto dell'acmeismo, un movimento letterario antitetico al simbolismo sorto nel primo decennio del secolo scorso. Nel 1913 compone "Футбол" ("Calcio") e la data non è forse casuale: basti pensare che il football era sbarcato proprio a San Pietroburgo solamente a fine Ottocento e che il primo campionato nazionale nella storia dell'impero russo si era svolto nell'anno immediatamente precedente a quello delle quattro quartine che Mandel'štam dedica al pallone.

Per quanto l'acmeismo intendesse essere un superamento del simbolismo, in questa poesia non mancano alcune caratteristiche di quest'ultima corrente, su tutte il ricorso ad allegorie e immagini cariche di significati e rimandi: come viene spiegato al giovane protagonista del libro "Un fuoriclasse vero" di Sergej Samsonov, "il pallone rappresenta la testa mozzata del nemico sconfitto, quindi ogni calcio che subisce è come un oltraggio". 

Centrale è poi il ruolo di una figura femminile ispirata dalla letteratura o dalla mitologia e in questo caso Mandel'štam trae ispirazione dall'episodio della decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta, contenuto nella Bibbia cristiana cattolica ma non in quella ebraica.

Il guardaspalle fu avvelenato,
In una lotta impari s'estenuò,
Rimase deturpato, disonorato
Del calcio il dio di spesso cuoio.

E con la facilità dei pesi massimi
I battiti battono il pugile:
Oh, velo indifeso,
Tenda non protetta!

Forse la folla s'era così accalcata,
Quando, ancora tormentosamente viva,
Prima di finire di bere dalla coppa,
Rotolò ai piedi la testa tonda.

Con inspiegabile ipocrisia
Forse nello stesso modo con la punta del piede
Sul cadavere ancora caldo di Oloferne
Infierì Giuditta...

(Телохранитель был отравлен.
В неравной битве изнемог,
Обезображен, обесславлен,
Футбола толстокожий бог.

И с легкостью тяжеловеса
Удары отбивал боксер:
О, беззащитная завеса,
Неохраняемый шатер!

Должно быть, так толпа сгрудилась,
Когда, мучительно жива,
Не допив кубка, покатилась
К ногам тупая голова.

Неизъяснимо лицемерно
Не так ли кончиком ноги
Над теплым трупом Олоферна
Юдифь глумилась...)

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