martedì 7 giugno 2011

Big in Japan - 7



(continua da - 6)

Tra alti e bassi. Prima dieci squadre, le storiche partecipanti all'anno zero della J.League. Poi dodici. Nella stagione successiva il numero aumenta a quattordici. Sale ancora: sedici. E infine diciotto. Con la contemporanea istituzione, undici anni fa, della J.League Division 2, il campionato cadetto, destinato ad aprirsi a nuove compagini di stagione in stagione. È questo, forse, il dato che fotografa la crescita e la progressiva diffusione del calcio in Giappone. Ogni anno c'è almeno una nuova squadra che intende iscriversi, dal nulla oppure dalle categorie inferiori (la JFL, campionato semiprofessionistico che ha rilevato la JSL). 

Big in Japan - 6


I tifosi degli Urawa Red Diamonds

A scuola di calcio. Campionato: celo. Squadre (dieci): celo. Giocatori, tra cui grandi campioni stranieri: celo. Atmosfera da stadio: mi manca. Mentalità vincente dei giocatori: mi manca. Nonostante il massiccio impegno economico da parte di Kawabuchi, che mette in guardia i presidenti delle varie società (le stime parlano di un disavanzo di un miliardo di yen per i primi 10 anni), il calcio giapponese è un prodotto freddo e senz'anima, per quanto valido. Mancano la passionalità ed il coinvolgimento del pubblico. Che poi sono i fattori decisivi per fare di una semplice partita di pallone un vero e proprio spettacolo. 

Big in Japan - 5



(continua da - 4)

La J.League. I tempi sono ormai maturi per la nascita di un campionato professionistico di calcio: è il momento buono per dare all'esterno l'immagine di un Giappone fresco, giovane ed internazionale. Non è un periodo felice, per il paese: il boom economico degli anni Settanta appartiene ormai al passato, alla Borsa di Tōkyō l'indice Nikkei crolla ed il Jiyu Minshuto o Jiminto, il partito liberaldemocratico al governo, è invischiato nello scandalo Recruit, episodio di corruzione che vede coinvolti l'omonima società di telecomunicazioni, esponenti politici e dirigenti aziendali.

Big in Japan - 4


Dettmar Cramer


Yamato damashi. Aziende di fama internazionale che investono denaro. Ritorno mediatico. Giocatori stranieri in aumento. Non manca, apparentemente, nulla al calcio giapponese.


Ma c’è ancora qualcosa da sistemare. Il calcio e la cultura del calcio, infatti, non sempre viaggiano sulla stessa linea. Nella terra dei samurai c'è il contorno, ma non il piatto principale. Che fare? Da dove iniziare?

Big in Japan - 3



(continua da - 2)

L'epopea delle aziende. C’è una parola che descrive alla perfezione l'intreccio tra sport e industria tipico di questi anni: kanri-yakyu, baseball gestionale.

Il suo teorico è Tetsuji Kawakami, alla guida dei Tōkyō Giants vincitori del titolo nazionale per ben nove anni consecutivi (1965-1973): le sue tecniche di allenamento e di gestione del gruppo sono le stesse del perfetto amministratore delegato di un’azienda.

Incarnando i valori chiave dei samurai come la gerarchia e l'obbedienza, il baseball rimane lo sport più popolare. Frattanto ha inizio una nuova vita per il calcio giapponese: il pallone smette di rotolare nei cortili di scuole ed università e finisce sulle scrivanie degli uffici.

Big in Japan - 2




(continua da - 1)

 Primi calci. C'è comunque da attendere la fine dell’era Meiji per assistere al primo campionato nazionale giapponese, figlio, in realtà, di un errore commesso da un’agenzia di stampa.

Nel 1918 si disputano tre tornei calcistici nelle regioni di Kansai, Kantō e Tōkai: nonostante non dipendano l’uno dall’altro, alcuni giornalisti li spacciano come gironi di qualificazione, a carattere regionale, per un presunto campionato nazionale.

I quotidiani che riportano la (falsa) notizia finiscono anche sul tavolo dei vertici della Federcalcio inglese, che decidono di inviare in Giappone il giusto premio da assegnare alla squadra vincitrice, consistente in una coppa d’argento che andrà poi perduta nel corso della Seconda guerra mondiale.

Big in Japan - 1



Il recente trionfo della nazionale in Coppa d'Asia riporta un po' di attenzione sul calcio giapponese, noto ai più solo attraverso il mondo dei fumetti. Adesso, però, la J. League è una realtà consolidata, anche se il calcio ha faticato a farsi largo nella rigida società nipponica.

Big in Japan


Sarò sincero: raramente mi è capitato di appassionarmi alla scrittura di un articolo come in questo caso. Un lungo, affascinante viaggio alla scoperta del calcio in Giappone, delle sue origini, del suo sviluppo, della sua crescita. Non lo nego: per anni le mie conoscenze calcistiche, riguardo al paese del Sol Levante, erano limitate a "Holly e Benji", comunemente a molti altri ragazzi della mia generazione.

E poi, un giorno, sbarcò in Italia un attaccante brevilineo, dagli occhi a mandorla, che si portò pure lo sponsor (Kenwood): era Kazu Miura, primo calciatore giapponese a militare nella Serie A italiana, acquistato dal Genoa. L'Estremo Oriente, da quel momento, non ci è più sembrato un mondo così remoto...

1. Le origini

2. Primi calci

3. L'epopea delle aziende

4. Yamato damashi

5. La J.League

6. A scuola di calcio

7. Tra alti e bassi

8. Ciliegi, marinai, orche e scoiattoli

9. Gary e i suoi fratelli


(Potete leggere l'articolo completo sul numero 4 di Pianeta Sport)