mercoledì 17 giugno 2009

USA-Iran, la partita della distensione?

Quello che rende lo sport, ed in particolare il calcio, così affascinante ai miei occhi è il suo costante intreccio con aspetti legati alla storia, alla politica, alla cultura. 

Il passato ci riporta alla mente tanti eventi, anche luttuosi, direttamente legati al pallone a trentadue spicchi: è il caso della cosiddetta "Guerra del Football", raccontata da Ryszard Kapuściński in uno dei suoi tanti libri che sono una fonte inesauribile di lezioni di giornalismo. 

Oppure dei celebri incidenti tra le tifoserie della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado, avvenuti nel maggio 1990, da molti considerati un prodromo della guerra di indipendenza portata avanti dai croati e, conseguentemente, del tramonto della vecchia Yugoslavia unita.

Oggi sogno di raccontare una storia diversa...


Le recenti elezioni presidenziali in Iran non hanno certamente lanciato segnali incoraggianti a quanti auspicano un mondo migliore, in cui l'odio tra i popoli e le diverse confessioni religiose venga definitivamente sradicato: Mahmoud Ahmadinejad è stato rieletto presidente della Repubblica Islamica. 

I suoi avversari puntano l'indice sui brogli che si sarebbero verificati, il già sindaco di Teheran non rappresenterebbe la preferenza del popolo iraniano ma la sua rielezione sarebbe stata in qualche modo pilotata. Ad ogni modo, la proprietà commutativa applicata alla politica asserisce chiaramente che il risultato non cambia: Ahmadinejad sarà per altri quattro anni il presidente dell'Iran. 

E questa non è certo una buona notizia sul piano delle relazioni internazionali: Ahmadinejad si è sempre autodefinito un fondamentalista islamico, non ha mai nascosto la sua antipatia - per usare un eufemismo - contro gli Stati Uniti stessi e, soprattutto, contro Israele, auspicando la sua "cancellazione dalla mappa" e arrivando addirittura a negare l'esistenza dell'Olocausto, definendolo un "mito". In simili condizioni risulterà sempre più proibitivo trovare un rimedio a questa fase di stallo...

Negli ultimi giorni si è parlato spesso delle (pessime) relazioni che transitano sull'asse Washington-Teheran. Qualcuno ha anche - giustamente - ricordato che dal 1979, anno dell'istituzione della Repubblica Islamica, i due paesi hanno interrotto qualsiasi relazione diplomatica. Ma che cosa è successo, esattamente, trenta anni fa?


Fino a quel momento i rapporti tra Usa ed Iran erano stati cordiali, tanto più che un gran numero di studenti iraniani risiedeva negli Stati Uniti e che molte università erano state modellate sui grandi atenei americani come la University of Chicago ed il MIT di Boston. In quel periodo lo scià Mohammad Reza Pahlavi avviò, grazie agli aiuti provenienti dall'altra parte dell'oceano Atlantico, un processo di modernizzazione del paese che culminò in una "occidentalizzazione" particolarmente malvista dalle autorità ecclesiastiche sciite. 

Nel 1976, frattanto, si era insediato alla Casa Bianca il democratico Jimmy Carter, il quale criticò l'operato dello scià in termini di rispetto dei diritti umani e della libertà di parola. Fu all'interno di questo contesto che sorsero le prime agitazioni, le quali culminarono ben presto in una rivoluzione, ampiamente sottovalutata ed inattesa dai servizi di intelligence americani: mentre da Parigi, dove era in esilio da alcuni anni, l'ayatollah Khomeyni continuava ad incitare le masse ad insorgere, lo scià fu costretto ad allontanarsi temporaneamente dal paese. 

Il 30 marzo 1979, attraverso un referendum popolare, venne sancita con un plebiscito (98% di voti) la Repubblica Islamica d'Iran. Nel frattempo lo scià, malato terminale di cancro, chiese asilo agli Stati Uniti per potersi curare: Carter in un primo momento si oppose - e l'ambasciata americana a Teheran supportava la sua decisione - ma poi, su pressione di politici come Kissinger e Rockefeller, accettò la richiesta di Pahlavi. Il gesto fu strumentalizzato da Khomeyni, al punto da istigare la popolazione a manifestare contro gli Usa stessi, definiti "Grande Satana" e "Nemici dell'Islam": il culmine venne raggiunto il 4 novembre con l'occupazione dell'ambasciata Usa a Teheran da parte di circa 500 studenti. 

Originariamente pianificata come semplice atto dimostrativo, l'occupazione divenne ben presto popolare all'interno dell'opinione pubblica iraniana e proseguì con la presa in ostaggio di 66 ambasciatori: di questi, 52 rimasero prigionieri fino al 20 gennaio 1981, giorno di insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. 

In cambio i rivoluzionari chiesero l'estradizione di Reza Pahlavi per poi giustiziarlo - tuttavia morì in Egitto nel luglio dell'anno successivo - e pretesero le scuse ufficiali da parte del governo di Washington per l'intromissione degli Usa nella politica interna iraniana e nel colpo di stato del 1953 che destituì Mohammed Mossadeq, reo di aver iniziato il processo di nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company.

Nel frattempo l'amministrazione Carter aveva tentato di liberare gli ostaggi con l'uso della forza, ma l'operazione Eagle Claw si rivelò un fallimento: otto militari Usa furono uccisi ed altri quattro rimasero feriti. Molti storici ritengono che proprio quell'episodio costò a Carter la rielezione alla Casa Bianca nella sfida alle elezioni presidenziali con Reagan. 

La nuova amministrazione, poi, si schierò subito a fianco dell'Iraq di Saddam Hussein nel corso della guerra combattuta da questi proprio contro l'Iran. Da allora i rapporti tra i due paesi sono piuttosto tesi.


Alla luce di questo ingombrante passato, si evince il motivo per il quale la sfida tra le due nazionali di calcio ai Mondiali in Francia non venne salutata come una partita qualsiasi: è il 21 giugno 1998 ed allo stadio di Lione Usa e Iran non si giocano solamente tre punti. I calciatori di entrambe le squadre posano per una fotografia, abbracciandosi tutti assieme. Ma in campo non sono ammessi i complimenti. 

A pochi minuti dalla fine del primo tempo l'iraniano Estili raccoglie uno spiovente dalla destra e gira di testa la sfera sul secondo palo, laddove l'americano Keller non può arrivare: la panchina esplode di gioia. Nel finale della ripresa Mahdavikia capitalizza al meglio un contropiede da manuale: tre minuti dopo Mc Bride rimette in corsa gli Usa, sfruttando un'amnesia difensiva sugli sviluppi di una palla inattiva. 

È solo un'effimera illusione: al triplice fischio dello svizzero Urs Meier, l'allenatore Talevi ed i giocatori esultano come se avessero vinto il Mondiale. Le due nazionali si ritrovano una di fronte all'altra in un'amichevole, nel gennaio 2000 a Los Angeles, dove l'Iran affronta anche altre nazionali: la sfida si chiude con un salomonico pareggio (1-1).



Mai, però, le due squadre si sono affrontate in territorio iraniano. Ed è proprio questa la proposta che la USSF (United States Soccer Federation) ha avanzato alla federcalcio iraniana: un'amichevole allo stadio Azadi di Teheran a cavallo tra ottobre e novembre. Un periodo che Francois Nicollaud, ex inviato francese in Iran, ha definito cruciale per le sorti delle future relazioni tra i due paesi. 

Molto dipenderà anche dal cammino della nazionale guidata da Afshin Ghotbi - ironia della sorte, iraniano in possesso di passaporto americano e laureato in ingegneria elettronica a UCLA - verso i Mondiali in Sudafrica, ma da Teheran hanno comunque dato conferma della loro disponibilità.

Che si vada verso una nuova diplomazia del Ping Pong?

Fonti:
http://en.wikipedia.org/
http://it.wikipedia.org/
http://latimesblogs.latimes.com/

2 commenti:

  1. La tua idea di raccontare lo sport attraverso la lente di ingrandimento della Storia è davvero ottima. Il tuo stile e la tua capacità di analisi offrono grandissimi spunti di riflessione. Bravissimo Simone, continua così!

    Aspetto le prossime puntate!

    Un abbraccio fraterno,
    Vincenzo

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  2. ciao Simone, sono un tuo "collega" di Sport Vintage, ti invito a cercare sul sito "Iran: la Rivoluzione del Pallone", originariamente apparso su Limes. Credo possa interessarti!
    Un saluto,
    Damiano "Billie" Benzoni

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