lunedì 4 luglio 2016

Europeiade: il trionfo della Grecia a Euro 2004



“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. 4 luglio 2004: gli americani staranno sicuramente celebrando l’Independence Day, magari accendendo il barbecue nel giardino di quelle villette che sembrano la riproduzione su larga scala dello stesso, identico modellino. Io, invece, festeggio la fine dell’esame di maturità: è il giorno successivo all’orale e, ormai libero da patemi, posso godermi l’epilogo degli Europei di calcio. Finale inedita e inattesa, quella di Lisbona: Grecia contro Portogallo.

Che ci crediate o no, non è del tutto fortuito che io, liceale appassionato di pallone, debba diplomarmi nell’anno in cui gli ellenici si sono ripresentati a una principale competizione calcistica. Anzi: la Moira, incarnazione del destino nella mitologica greca, ha voluto che nella seconda prova scritta dovessimo cimentarci con una versione di Platone. E ignoro, in quel momento, di esser giunto alle ultime pagine di un avvincente poema epico alla stregua di Iliade e Odissea.

“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Ispirati dalla dea Eupalla di breriana memoria, i rapsodi attaccano a narrare l’Europeiade. Che, in verità, ha un prologo tutt’altro che glorioso: prime due partite del girone di qualificazione, subito un paio di sconfitte per 2-0. Tragedia greca? Macché: quattro giorni dopo, la squadra reagisce. Ad Atene si presenta l’Armenia: decide una doppietta di Nikolaidis, nome di battesimo Temistoklis, come l’arguto stratega delle vittoriose battaglie di Maratona e Salamina.

Da lì in avanti la Grecia non abbassa la testa con nessuno: sei vittorie in altrettante gare, pure contro la favoritissima Spagna. Segna poco - una, massimo due reti - e subisce ancora meno - porta inviolata per oltre 540 minuti. Il rigore calciato da Tsiartas nella porta dell’Irlanda del Nord vale la prima qualificazione a un Europeo dal 1980 a oggi. Un’eternità.

“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Eppure sbarcare in Portogallo con i galloni di prima classificata del proprio raggruppamento bene in vista non basta, tanto più che la Grecia finisce in un girone da inferno dantesco contro Portogallo, Russia e Spagna. Gli allibratori non ripongono molta fiducia nei pronipoti di Socrate e Aristotele: la vittoria dell’Europeo è quotata 150 a 1.

Come se non bastasse, i calciatori dell’Aek Atene vengono aggrediti durante un allenamento da alcuni tifosi che danneggiano pure spogliatoi e auto. Sarebbe stato Nikolaidis ad aver aizzato il gruppo di facinorosi contro i giocatori, rei di aver rifiutato il piano di risanamento proposto da un gruppo d’imprenditori fiancheggiati dallo stesso centravanti: lo spogliatoio si spacca, qualcuno si rifiuta di giocare con lui.

Otto Rehhagel, l’allenatore tedesco che dal 2002 guida la nazionale, è abituato a riportare rigore e disciplina in un gruppo ostaggio dell’anarchia. Dopo aver invitato tutti a darsi un contegno prepara meticolosamente l’avvicinamento agli Europei con l’aiuto di Topalidis, il suo vice che fa anche da preparatore atletico e interprete.

 Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλά. Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος. No, basta. È sabato 12 giugno, iniziano gli Europei. Decido di riporre per un paio d’ore l’Iliade e l’Odissea per accendere la televisione e gustarmi la partita di apertura. Toh, giocano Grecia e Portogallo, arbitra Pierluigi Collina, viareggino come me.

La cerimonia inaugurale omaggia il glorioso passato lusitano, i grandi esploratori come Enrico il Navigatore, fondatore della prima scuola nautica d’Europa e inventore della caravella. Proprio la sua creatura solca un oceano di striscioni blu che, d’improvviso, si trasformano nelle bandiere dei Paesi partecipanti. La caravella salpa dal manto erboso del nuovissimo Estádio do Dragão: finalmente si gioca.



“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Felipe Scolari, il commissario tecnico brasiliano del Portogallo, si affida all’estro di Figo e Rui Costa, che sono un po’ i Pessoa e Saramago del pallone con quelle giocate di classe che sembrano davvero poesia in movimento. L’undici di Rehhagel, invece, trasuda pragmatismo teutonico: davanti a Nikopolidis linea difensiva a quattro con Seitaridis e Fyssas che giocano a zona sulle fasce, Kapsis in marcatura e il romanista Dellas addirittura come libero, un mediano (Katsouranis) a francobollare il trequartista avversario con Zagorakis e Karagounis a fare pressing alto sui portatori di palla, centrocampo infoltito con altri due giocatori offensivi (Charisteas e Giannakopoulos) a rimorchio dell’unica punta Vryzas. 

Tattica antiestetica e demodé: catenaccio, lanci lunghi e contropiede. Un calcio votato a destrutturare anziché costruire. Però funge: al settimo minuto Paulo Ferreira, messo alle strette, sbaglia un facile disimpegno e serve Karagounis. Calcia dai 20 metri e trafigge sul primo palo un Ricardo non proprio irreprensibile: Ένα-μηδέν, “uno a zero”, esclama l’incredulo telecronista greco. Il Portogallo intesse laboriose trame ma sembra quasi mettersi d’impegno nel non finalizzarle concludendo a rete.

“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Al rientro dagli spogliatoi un giovanissimo Cristiano Ronaldo e Deco rimpiazzano gli abulici Rui Costa e Simâo, ma non cambia nulla. Anzi: Collina non può far altro che punire con il rigore un irruente intervento proprio di Ronaldo su Seitaridis. Perfetta esecuzione di Basinas che spiazza Ricardo e fionda il pallone sotto l’incrocio: δύο-μηδέν, se non è tragedia poco ci manca.

Lento e compassato, il Portogallo trova l’inutile e tardivo gol nel recupero: fa tutto ancora Cristiano Ronaldo che svetta su un calcio d’angolo. “Credo che questa vittoria sia la più importante nella storia del calcio greco”, gongola Rehhagel a fine gara. “Non vorrei esagerare, ma penso sia proprio così”. Το πειρατικό, “la nave pirata”: così chiamano in patria la nazionale greca. In effetti i giocatori dalla maglia blu come l’Egeo hanno depredato, da scafati corsari, la caravella lusitana. Per giunta in una città chiamata Porto. Mai soprannome poteva suonare più appropriato.

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλά. Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος. Mercoledì 16 giugno: sveglia presto, oggi c’è il tema. E domani la versione di greco. Esorcizzo la vigilia della seconda prova d’esame come sabato scorso: guardando uno scampolo di partita degli Europei. La Grecia sfida la Spagna e stavolta è costretta a rincorrere: un retropassaggio corto di Kapsis viene intercettato e Morientes gira la palla in rete dopo aver saltato Dellas. Gli ellenici, però, hanno imparato dai loro avi che la battaglia non è ancora persa. E così sia: Charisteas raccoglie uno stupendo lancio di Tsartas e abbozza un tiro in diagonale. La palla sbatte su Casillas e cambia traiettoria, finendo comunque in rete. Ένα-ένα.


“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Adesso la Grecia, che nel suo precedente e unico Europeo non aveva saputo racimolare più di un misero pareggino, accarezza il sogno di andare avanti nella competizione. Ma prima c’è da battere la già eliminata Russia. Facile, no? Eh no: dopo poco più di un quarto d’ora i greci sono già sotto di due reti. Però dimezzano lo svantaggio prima dell’intervallo: dalla linea di fondo Charisteas rimette al centro un pallone a campanile, Papadopoulos prolunga di testa e Vryzas scavalca Malafeev con un tocco morbido. Ένα-δύο, stavolta per gli avversari. Poco male: nella ripresa, a Lisbona, la Spagna inciampa col Portogallo: incredibile, passa la Grecia per maggior numero di reti segnate.

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλά. Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος. Il giorno seguente all’indolore sconfitta con la Russia, frattanto, finisco con la famigerata terza prova la sessione degli scritti. Tre, come le partite giocate dalla Grecia finora: supero la mia personalissima fase a gironi. Il “De rerum natura” di Lucrezio, i filosofi del Novecento, le funzioni algebriche e le opere di D’Annunzio e Pirandello occupano i miei pomeriggi in vista dell’orale.

La Grecia continua a stupire: il 25 giugno, ai quarti, sbatte fuori la presuntuosa Francia con un’imperiosa incornata di Charisteas, che sembra quasi Icaro in volo verso il sole da tanto che stacca da terra su perfetta imbeccata di Zagorakis. Ένα-μηδέν


1° luglio: tensione palpabile in camera mia e a Oporto, dove la Grecia affronta in semifinale la Repubblica Ceca fin qui sempre vittoriosa. I boemi colpiscono una traversa, si divorano un gol e impegnano a più riprese Nikopolidis senza mai superarlo. Ultimo minuto del primo supplementare: angolo di Katsouranis dalla destra, irrompe Dellas che di testa batte Čech. Ένα-μηδέν. È la prima applicazione in un Europeo del silver gol, regola indigesta per i cechi che già avevano provato a proprie spese il golden gol nella finale del 1996.

“Narrami, o Musa, dei valorosi ellenici le grandi gesta…”. Tutto finito. Dalla tarda mattinata di sabato 3 luglio il mio percorso scolastico è finito. Ora un po’ di meritato riposo e, soprattutto, la finale degli Europei. Che coincide con la gara inaugurale, in quella che i filologi avrebbero chiamato ringkomposition, cioè la struttura ad anello tipica di svariate opere letterarie dell’antica Grecia: mai era successo nella storia della competizione. I greci stavolta indossano la divisa bianca, ma è solo un dettaglio. E no, non è sinonimo di resa. 

Partita bruttina, a dirla tutta: un tatticismo portato all’eccesso prevale sul gioco arioso e sulle occasioni da gol. La prima che la Grecia è in grado di costruire basta e avanza: Basinas scodella al centro dalla bandierina di destra, solito salto di Charisteas che in un colpo solo anticipa Ricardo Carvalho, Costinha e Ricardo e di testa fa gonfiare la rete sguarnita. La nave pirata ellenica non si smentisce: Ένα-μηδέν



L’epilogo dell’Europeiade pare già scritto: Portogallo tramortito e imbambolato, a nulla valgono gli ingressi di Rui Costa e Nuno Gomes per sovvertire quelle che Antigone chiamava le “leggi non scritte e innate degli dei”. L’Europeo si conclude allo stesso modo in cui era partito: i greci sono ebbri di gioia, i portoghesi più tristi di quanto non lo sia il fado. Eusébio, il formidabile centravanti della nazionale negli anni Sessanta, sembra quasi voler trattenere la coppa intitolata ad Henri Delaunay quando deve farla scivolare tra le mani di Zagorakis. Grecia sul tetto d’Europa. O meglio, nell’Olimpo del calcio europeo.

“L’antica Grecia aveva 12 dei. La nuova ne ha 11”: questa la (profetica) frase che ha campeggiato per tutta la durata dell’Europeo sulla fiancata del pullman della nazionale ellenica. Sbagliato: il dodicesimo dio, paragonabile a Zeus, è proprio Rehhagel, il ct burbero, dai modi spicci e teutonicamente pratico. Dopo la disfatta per 5-1 contro la Finlandia ad Helsinki al suo esordio sulla panchina greca non poteva uscire di casa, da tanto che i tifosi erano iracondi con lui: da adesso ha il permesso di viaggiare in auto sulle corsie preferenziali per gli autobus di linea.

Vince, con lui, una filosofia calcistica invisa agli esteti e agli amanti del bello. Vince, con lui, un Paese fino a quel momento capace di arrivare solamente con il Panathinaikos a una finale di Coppa dei Campioni nel lontano 1971. Conquistato Il Portogallo, la nave pirata fa rotta verso casa. Un po’ come gli achei che tornarono vincitori da Troia.   

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