venerdì 27 gennaio 2017

Géza Kertész, lo "Schindler" del calcio italiano


Géza Kertész è stato assassinato due volte. Maestro di calcio arguto e scrupolosissimo, mise in salvo decine e decine di ebrei ungheresi dall'olocausto prima che i nazisti lo scoprissero e lo fucilassero.

Ma l'oblio che ne è seguito si è forse rivelato una condanna ancor più crudele della tragica morte: in Italia, da lui scelta per intraprendere quella che è una missione ancor prima di un lavoro, s'erano quasi tutti dimenticati di lui.

Anche a Viareggio, dove aveva allenato le zebre agli albori della sua carriera. E dove la sua toccante storia merita di essere riportata alla luce, condivisa e magari raccontata nelle scuole in coincidenza con la Giornata della memoria.


Géza Kertész nasce a Budapest il 21 novembre 1894, pochi giorni prima che a Vienna si giochi la prima sfida calcistica di sempre nei territori dell'Impero austroungarico. Un segno del destino: il pallone diventa la sua ragione di vita. Schierato prevalentemente come interno di centrocampo, difende i colori del Budapest Torna Club e del Ferencváros prima di ritirarsi a trent'anni ancora da compiere.

Il 1925 è un anno chiave nella vita di Kertész: vuol iniziare a insegnare il calcio. E decide di andare lontano da casa per intraprendere una missione ancor prima che un lavoro. Il destino lo porta in riva al golfo di La Spezia, dove Kertész riesce con invidiabile destrezza sia ad allenare i giocatori sia a scendere ancora in campo. Nessuno osa contraddirlo a fronte di risultati così lusinghieri: gli aquilotti vincono il Girone B di Seconda divisione e volano nei cieli del massimo campionato italiano.

L'anno seguente approda alla Carrarese, rinunciando definitivamente a indossare maglia e pantaloncini e a calzare gli scarpini chiodati, e la storia si ripete: ancora primo posto nel raggruppamento, ancora vittoria della Seconda divisione, divenuta nel frattempo la terza serie nazionale dopo l'entrata in vigore del documento che cambierà per sempre il calcio in Italia. Quel foglio si chiama Carta di Viareggio perché è lì che la commissione di tre esperti nominati dal presidente del Coni Lando Ferretti si è riunita il 2 agosto 1926 per apportare alcune sostanziali modifiche a campionati e tesseramenti.

Ed è lì che Kertész finisce nella primavera del 1928 dopo aver lasciato la Carrarese in Prima Divisione, lì dove l'aveva portata. Il maestro ungherese arriva a stagione abbondantemente iniziata, per non dire pressoché conclusa. Proprio da quell'anno l'undici bianconero si chiama ufficialmente Unione Sportiva Vezio Parducci Viareggio: la nuova denominazione è stata imposta dalle autorità fasciste per ricordare l'omonimo figlio del locale segretario del Pnf, morto durante i fatti di Sarzana del 1921.

Le zebre sono ambiziose e giocano pure bene: dopo un inizio stentato spadroneggiano nel proprio girone della Seconda Divisione Nord e si qualificano per le finali nazionali. Kertész sostituisce l'allenatore Alfredo Ratti proprio in preparazione a quest'appendice al campionato e inizialmente fatica a domare lo stile sbarazzino dei calciatori bianconeri, molti dei quali approfittano della stagione balneare per guadagnare qualche soldo in più e trascurano così gli allenamenti.

Scegliendo quest'uomo tutto d'un pezzo il Viareggio culla sogni di gloria al pari di tante altre formazioni: la Divisione nazionale, corrispondente all'attuale Serie A, pullula di tecnici d'oltrefrontiera. Una spiccata esterofilia che stride evidentemente con l'autarchia e il nazionalismo propugnati da Mussolini ma che ha una sua ragion d'essere: gli anni Venti coincidono con il periodo di massimo splendore della cosiddetta "scuola danubiana" nata nei caffè di Budapest e Vienna e sono proprio austriaci e ungheresi a formare il più corposo contingente di allenatori non italiani. C'è Erno "Egri" Erbstein, sceso giù giù fino in Puglia, che allenerà la Lucchese portandola negli anni Trenta nella massima serie e troverà la morte nel disastro aereo di Superga assieme ai suoi giocatori, quelli del Grande Torino. C'è Árpád Weisz che in Italia vincerà lo scudetto con Inter e Bologna prima di esser deportato ad Auschwitz senza più uscirne. C'è József King, guida tecnica del Modena, che in Toscana ha già allenato Pisa e Livorno e si siederà in seguito sulle panchine di Fiorentina e Viareggio.

Eppure Kertész non parte benissimo: le zebre sono sconfitte al "Polisportivo", impianto polifunzionale a due passi dal canale Burlamacca inaugurato appena pochi mesi prima, dall'Edera Trieste. In sei partite il Viareggio raccoglie la misera di una vittoria e un pareggio: tanto basta, comunque, per accedere alla categoria superiore, dove le zebre chiudono con un tutt'altro che disprezzabile ottavo posto. Anzi, Kertész e i giocatori riescono a regalare alcune gioie agli sportivi come il pareggio a reti inviolate al "Polisportivo" contro la capolista Spezia e l'agognata vittoria nel derby con la Lucchese sul campo neutro di Pistoia.

L'allenatore decide inoltre di stravolgere la gerarchia dei portieri: il titolare Falcinelli si accomoda in panchina e cede il posto al giovanissimo Pietro Zappelli, poco più che diciassettenne. Un azzardo in piena regola. Ma pure stavolta Kertész brilla per lungimiranza: con 24 reti subite in 26 giornate il Viareggio sfoggia la seconda difesa meno perforata del girone alle spalle della corazzata Spezia.

Con l'epilogo del campionato termina anche la permanenza del tecnico magiaro alla guida dei bianconeri che - guarda un po' - lo sostituiscono con il connazionale József Wereb. Kertész continua a girovagare per lo Stivale: allena in sequenza Salernitana, Catanzarese, Catania, Taranto, Atalanta, Lazio e Roma, ricevendo attestati di stima ovunque.

La sua carriera sembra in costante ascesa quando, un giorno, scoppia la Seconda guerra mondiale e i campionati di calcio vengono sospesi. Kertész è ufficiale dell'esercito ungherese e fa così ritorno nella città natale dove con l'aiuto di un ex compagno di squadra, István Tóth, mette in piedi un'organizzazione segreta per salvare gli ebrei dalla deportazione. Kertész, che parla fluentemente il tedesco, si traveste persino da soldato della Wermacht per far scappare dal ghetto alcuni concittadini in pericolo.

Quella dei due allenatori contro il governo collaborazionista del Partito delle Croci Frecciate è la partita più avvincente mai giocata. Ma a pochi mesi dalla fine del conflitto, come un gol subìto nei minuti di recupero quando la vittoria sembra sicura, alla Gestapo arriva la soffiata che Kertész sta nascondendo un ebreo in casa. I nazisti d'Ungheria arrivano così sia a lui che a Tóth e il 6 febbraio 1945, con l'Armata Rossa alle porte di Budapest, uccidono entrambi a colpi di fucile.

Nell'aprile dell'anno successivo viene celebrato il funerale postumo di Kertész, fregiato del titolo di "martire della patria": i comunisti saliti al potere, per via di quella sua indole nazionalista che non ha mai mascherato, lo lasciano cadere nel dimenticatoio.

E la sua storia è rimasta rinchiusa lì dentro fino a pochi anni fa, quando un gruppo di cittadini catanesi ha voluto sottrarlo a questa damnatio memoriae. Il calcio, improvvisamente, scopriva di avere il suo Oskar Schindler.

Fonti:
C. Fontanelli, F. Magnini, "1920-2000: il Viareggio minuto per minuto", Geo Edizioni
F. Solarino, "Ritratti. “Lo Schindler del Catania”: Geza Kertesz l’allenatore dal cuore buono", Barbadillo.it 
"Catania, non dimenticare Géza Kertész", Blogtaormina.it

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