domenica 28 maggio 2017

#TottiDay: ricordi e considerazioni sul Pupone



Se mi dite 'Francesco Totti', il primo ricordo è un'immagine, ancor prima che una parola. Una foto, più precisamente. Era un giorno di metà settembre del 1994: grazie ai Mondiali negli Stati Uniti mi ero innamorato del calcio e con la Serie A appena iniziata la mia inusitata fame di pallone poteva essere ben saziata. A casa trovo una copia de Il Tirreno, il quotidiano locale che mio papà Riccardo comprava ogni mattina - e che, otto anni dopo, è diventato il giornale per il quale collaboro tuttora. Salto subito alle pagine dello sport: a corredo del servizio su Roma-Foggia c'è uno scatto - rigorosamente in bianco e nero - che immortala il gol della squadra di casa. La difesa dei satanelli tenta disperatamente d'impedirlo, mentre l'attaccante avversario ha ancora la gamba sinistra ben stesa. È il primo gol in Serie A di tale Francesco Totti, talentuoso ragazzo uscito dal vivaio giallorosso: pochi mesi prima ha giocato dalle mie parti, al Torneo di Viareggio, segnando oltretutto con un magnifico pallonetto. Ma questo l'avrei scoperto negli anni a venire.

Mi sembrava buffo quel cognome, con tutte quelle 't' nello spazio di cinque lettere. E poi aveva un'assonanza con il mio - motivo che ai giorni nostri mi spinge, tra gli altri, a provare ad accaparrarmi il mio quasi omonimo Perotti al fantacalcio. E nel mio quartiere c'era - o meglio: c'è tuttora - via Toti, che però io avevo subito ribattezzato via Totti. 

All'epoca frequentavo la quarta elementare: oggi sono un uomo adulto, ho dovuto attraversare un lutto familiare, da tre anni faccio i conti quotidianamente con un vuoto difficile da colmare ma per fortuna ho anche una splendida bambina. In questo quarto di secolo e poco meno c'è stato un periodo in cui ogni anno il sopraccitato papà andava in edicola a prendermi lo speciale campionato della Gazzetta dello Sport. Cambiavano naturalmente i nomi delle partecipanti alla Serie A, cambiavano allenatori e giocatori, cambiavano anche le maglie delle squadre. Tra le poche sicurezze ce n'era, tuttavia, una: Totti alla Roma. 

Quella stagione 1994-95, vista con gli occhi (disincantati) di oggi negli anni del pallone come industria dello spettacolo in un mondo globalizzato, fu una sorta di transizione verso il più volte e da più parti vituperato "calcio moderno": furono introdotti i tre punti a vittoria anziché due, gli anticipi del sabato pomeriggio e soprattutto i posticipi della domenica sera iniziavano a diventare la regola e non più l'eccezione, e l'anno seguente i numeri fissi e i nomi sulle maglie avrebbero sostituito la classica, romantica numerazione dall'1 all'11.

Ecco, la carriera di Totti ha attraversato tutti questi stravolgimenti e un arco temporale che, nel caso dei ragazzi della mia generazione, abbraccia più fasi della vita - infanzia, adolescenza, gli anni dell'università, delle esperienze all'estero e la piena maturità. La sua stessa carriera è poi stata un'evoluzione in più ruoli, da attaccante aggiunto a mezzapunta - Totti era un punto fermo nel listone dei trequartisti del fantacalcio della Gazzetta dello Sport - fino all'azzardata quanto proficua transizione a centravanti nella prima era di Spalletti. 

Del "Pupone" posso dire che è stato tra i pochissimi giocatori ad accattivarsi la simpatia di mia madre, alla quale è sempre importato il giusto (cioè nulla) del calcio: ricordo che, dopo essere tornato dalla finale di Supercoppa Italiana di undici anni fa - a San Siro l'Inter vinse clamorosamente in rimonta sulla Roma dopo aver preso tre gol in mezz'ora - non mi chiese "Quant'è finita?" o "Ti sei divertito?" bensì "Totti come ha giocato?". E quando ho vissuto ad Atene una ragazza spagnola con cui ho vissuto tre mesi intensissimi, Diana, mi accompagnò allo stadio olimpico per Panathinaikos-Roma di Europa League perché voleva togliersi lo sfizio di vedere dal vivo Totti (che però era infortunato, e quindi nulla). 

Per questo oggi mi sento in dovere di salutare un pezzo di storia del calcio italiano, ma anche della mia vita nel succitato passaggio tra più fasi. A Totti rimprovero soltanto di aver segnato troppi gol al mio Parma, sua vittima prediletta nel massimo campionato. Gli riconosco, però, un merito: è vero che è rimasta l'ultima bandiera nel calcio dopo Del Piero, Baresi, Maldini, Zanetti eccetera. Epperò costoro - ed è soprattutto il caso di juventini e milanisti - avevano tutto lo stimolo a restare in società che ogni anno lottavano per traguardi ambiziosi e quasi sempre li raggiungevano. Totti no. Totti avrebbe potuto vincere molto più in carriera, e invece è rimasto fedele a Roma e alla Roma, ai romani e ai romanisti pur sapendo (credo) che altrove avrebbe raccolto maggiori soddisfazioni in termini di trofei. Dubito, però, che nulla possa eguagliare - al di là del trionfo ai Mondiali di Germania, e a tal proposito: mi sarebbe piaciuto che avesse giocato più partite in maglia azzurra... - uno scudetto vinto nella capitale, nella sua città, a quasi venti anni di distanza dall'ultimo. Ah, quel giorno giocava contro il Parma e Totti segnò uno dei tre gol. Vabbè France', ti perdono anche questa. Oltre alla amara consapevolezza che da stasera finirà una volta per tutte la mia infanzia.

P.S. Premesso che le mie sono solo considerazioni basate su quello riportato da giornali e televisioni, col senno di poi credo che sarebbe stato meglio che il rapporto con la Roma terminasse lo scorso anno. Per quanto il rapporto con Spalletti non fosse più idilliaco, ci saremmo ricordati di Totti come del deus ex machina che, con la squadra in difficoltà e sotto nel punteggio, entra in scena nei minuti finali e con una prodezza delle sue sbroglia la matassa. 

Immagino che per i tifosi giallorossi, e per gli amanti del calcio in generale sia stato quasi straziante vedere Totti trotterellare sul campo, magari senza toccare neppure il pallone, quando tutti aspettavano soltanto il triplice fischio finale. Pare che tra poche ore, contro il Genoa, farà il suo ingresso in campo al decimo minuto del secondo tempo: al di là di come la pensiate sulla gestione della sua situazione da parte di Totti stesso, di Spalletti e della società, mettiamo da una parte rancori e antipatie e godiamoci l'ultima partita in giallorosso di uno dei più straordinari numeri dieci del calcio. Italiano, e non solo.

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