domenica 4 luglio 2010

United Soccer of America - 1


Photo: Taringa.net

 C'è una frase di Beppe Severgnini, citata nel suo spassosissimo libro "Un italiano in America", che descrive alla perfezione quanto suoni sinistro accostare il nome degli USA a quello del calcio:

"L'assegnazione della Coppa del Mondo agli Stati Uniti si spiega soltanto con questo spirito missionario. Altrimenti, dovremmo concludere che è stato un atto di allegra follia, come organizzare le World series di baseball in Corsica ed il Superbowl in Ucraina".

In effetti,
soccer e States non sono mai andati particolarmente d'accordo: ci fu la NASL, è vero, con l'approdo di numerosi campioni europei - molti dei quali, però, ben avviati sul viale del tramonto - ma poi il giocattolo si ruppe.

Poi, un bel giorno, gli americani si ritrovarono a feste
ggiare due volte nella medesima occasione: era il 4 luglio 1988, giorno dell'Independence Day, ed Henry Kissinger, ex segretario di stato e gran tifoso dei defunti New York Cosmos, annunciò l'assegnazione della Coppa del Mondo di calcio del 1994 agli Stati Uniti. Un evento storico, al quale i padroni di casa si presentarono così...

Photo: Fourfourtwo.com
Quella nazionale di calcio maschile altro non era che la semplice applicazione in ambito sportivo del mito del meltin' pot, il crogiuolo di razze. Perché è proprio in questo complesso fenomeno che erano, e sono, racchiuse le radici degli Stati Uniti.

Era da considerarsi, dunque, naturale che la selezione del soccer fosse composta da giocatori le cui origini solcavano gli oceani e le frontiere. Una sorta di ONU del pallone. A partire dal commissario tecnico, quel Velibor "Bora" Milutinović nato in Serbia, a cento metri dal confine bosniaco, ma divenuto ben presto un cittadino del mondo: ha allenato in Messico e il Messico, ha conosciuto da vicino tanto il calcio sudamericano (San Lorenzo) quanto quello italiano (Udinese), ha scritto la storia del fútbol costaricano portando la nazionale agli ottavi dei Mondiali di Italia '90.

Un anno dopo il compimento di quella straordinaria impresa, "Bora" viene contattato dalla federcalcio a stelle e strisce per allestire il Team USA in vista dei primi Mondiali sul suolo nordamericano: vietato presentarsi impreparati al grande evento. E Milutinović inizia a plasmare la sua nazionale.

Il ct serbo e di passaporto messicano, in verità, pesca molto nei campionati d'oltreoceano. E non per una presunta esterofilia: il campionato nazionale offre poco. Se non, addirittura, nulla: assai strano a dirsi, ma il Mondiale dovrà fungere da veicolo per la creazione di un campionato di calcio nazionale degno di questo nome.

Ed è in questa ottica che il 17 dicembre 1993 Alan Rothenberg, numero uno della Federcalcio statunitense, annuncia la formazione della Major League of Soccer (MLS), primo massimo campionato nazionale dai tempi della NASL: il fischio d'inizio sarà, con ogni probabilità, nel 1995, ma finirà per slittare l'anno successivo.

Photo: Peoplequiz.com
Nel frattempo, Milutinović si ritrova davanti un campionato dal profilo tecnico assai povero: è la American Professional Soccer League, sorta di stadio embrionale della futura MLS, nata dalla fusione tra la Western Soccer League, che inglobava le squadre di città della costa pacifica, e l'American Soccer League, alla quale invece partecipavano alcune realtà della costa atlantica.

La situazione è resa ancor più complicata da una galassia di altre sigle - CISL, MISL e NPSL - che identificano altrettanti campionati dedicati all'indoor soccer: introdotto a livello pioneristico già nel 1939 e praticato saltuariamente in vari stadi, viene istituzionalizzato nel 1977 con la creazione della Major Indoor Soccer League da parte dell'avvocato Earl Foreman.

Che non esita a definire la specialità "lo sport che gli americani vogliono", uno spettacolare ibrido tra calcio ed hockey su ghiaccio il cui rettangolo di gioco è un campo in erba sintetica delimitato da quattro pareti, sulle quali il pallone rimbalza senza mai uscire: diversamente dal calcetto italiano, pertanto, non esistono falli laterali o rinvii dal fondo.

Ed è da questa bizzarra disciplina, così come dall'ambiente accademico, che provengono alcuni elementi della nazionale di Milutinović. Fatto assai inusuale, nella lista dei convocati figurano numerosi calciatori affiliati all'US Soccer Team: molti di essi, infatti, avevano stipulato un contratto con la Federcalcio per giocare a tempo pieno solo con la nazionale, impegnata a disputare svariate amichevoli in preparazione al grande evento.


Ma, ancor prima che dell'indoor soccer o dell'universo dei college, il Team USA è figlio dell'immigrazione e dell'integrazione: più di un giocatore vanta antenati europei o sudamericani. Chi meglio di Tony Meola per indossare la fascia di capitano di questa (multi)nazionale?

Il portiere titolare è figlio di Vincenzo, avellinese che decide di cambiar vita e si trasferisce a Kearny, sobborgo di Newark popolato da irlandesi e scozzesi, dove cerca fortuna come barbiere: da lui eredita l'interesse per il calcio e pure quello per la buona cucina, famosi rimarranno i manicaretti preparati ai suoi compagni durante i mesi di ritiro a Mission Viejo.

Milutinović sceglie così un paisà come rappresentante della sua squadra multietnica. Anche le riserve di Meola hanno radici nel Vecchio Continente: Jürgen Sommer, dodicesimo uomo, discende da una famiglia tedesca. E, come lui, anche il terzo portiere Brad Friedel. Entrambi, diversamente da Meola, trascorreranno gran parte della loro carriera sportiva in Inghilterra.

La difesa sembra il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La sua colonna portante è il centrocampista arretrato Thomas Dooley: è nato a Bechhofen, nella vecchia Germania Ovest, da madre tedesca e da padre americano, un ufficiale dell'esercito scomparso quando lui era ancora in tenera età.

Contrariamente ad altri compagni di squadra, Dooley si forma nel calcio mitteleuropeo: dopo gli inizi nelle categorie inferiori, sbarca nella Bundesliga e strizza l'occhio ad una possibile convocazione nalla nazionale di Berti Vogts. Che non lo chiamerà mai.


Una volta scoperte le sue origini, è la US Soccer ad offrirgli l'opportunità di partecipare al Mondiale in casa. Al suo fianco agisce un personaggio che definire eccentrico è puro eufemismo: all'anagrafe il nome di battesimo è Panayotis Alexander, ma tutti lo chiamano semplicemente Alexi. E di cognome fa Lalas, chiare origini greche (il padre Dimitris è un immigrato). 

Chioma lunga color carota e pizzetto caprino, è un artista prestato al calcio: Lalas (foto a sinistra) è infatti voce e chitarra del gruppo rock Gypsies, tra i cantanti preferiti di Chelsea Clinton, la figlia del presidente degli USA. Sul campo, però, se la cava egregiamente, tanto da ricevere addirittura la chiamata della serie A italiana dopo i Mondiali: è il Padova ad ingaggiarlo, principalmente - forse - per ragioni di marketing, e nella stagione d'esordio segna tre reti, tra cui una ai danni del Milan di Fabio Capello.


Altra pedina fondamentale è il centrale difensivo Marcelo Balboa: gli garantiscono una certa notorietà tra i tifosi quei mustacchi nero corvino da attore di telenovelas e le sue strabilianti rovesciate. Marcelo è nato a Chicago da padre argentino, Luís, calciatore professionista in patria e nella defunta NASL.

A protezione della porta di Meola, Milutinović chiama anche Cle Kooiman, spilungone di origini olandesi che gioca in Messico nel Cruz Azul dopo aver iniziato la carriera nella MISL. E poi ci sono due vecchie glorie. Una è Paul Caligiuri, sangue calabrese, mezzala destra riciclata nel ruolo di terzino: suo lo storico gol contro Trinidad e Tobago che qualificò gli Stati Uniti a Italia '90, quaranta anni dopo l'ultima apparizione ad un Mondiale.

L'altra è il terzino Fernando Clavijo, stella del calcio al coperto ormai prossima al venerabile traguardo dei trentotto anni: uruguayano di Maldonado, ha ottenuto in seguito il passaporto statunitense ed ha persino vinto un argento ai Mondiali di futsal ad Hong Kong sotto la bandiera a stelle e strisce. Completano la retroguardia Mike Burns e Mike Lapper.

(1 - continua)


Fonti:
Kuper, Simon (2008). Calcio e potere. Isbn edizioni.
Markovits, Andrei e Hellerman, Steven (2001). Offside. Soccer and American Exceptionalism. Princeton Paperback.
http://archiviostorico.corriere.it
http://archiviostorico.gazzetta.it
http://articles.latimes.com
http://ricerca.repubblica.it
http://www.fifa.com

2 commenti:

  1. grande articolo!!!!

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  2. Ti ringrazio, ma forse ad essere grandi di per sé sono le storie personali di questi giocatori che hanno segnato il mio battesimo con il grande calcio.

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