venerdì 27 gennaio 2012

Sport e olocausto: la storia dell'Hakoah Vienna


Lo scenario è grossomodo quello di oltre mezzo secolo fa, come se il tempo si fosse fermato. Una pista d'atletica leggera, una piscina e numerosi altri campi sportivi sbucano dal lussureggiante Prater, il principale parco cittadino di Vienna. Frattanto, un ristorante kosher e un'area dedicata ai bambini hanno fatto capolino tra gli impianti sportivi. Di nuovo, rispetto agli anni Trenta, c'è che la storia ha spazzato via i nazisti, mentre un simbolo - una H racchiusa in una stella di David bianca e blu - campeggia ancora sulle pareti.

Bentornata a casa, Hakoah. Fondata nel 1909 dal librettista Fritz Löhner assieme ad altri intellettuali di spicco, l'Hakoah - "forza" in ebraico - era una polisportiva viennese per soli ebrei, particolarmente popolare durante le due Guerre Mondiali. Annoverava oltre 5mila membri quando raggiunse l'apice e le attività comprendevano oltre una dozzina di discipline, tra cui atletica leggera, nuoto e scherma. E anche il pallone: l'Hakoah, composta in buona parte anche da giocatori ungheresi, era una delle squadre simbolo degli anni Venti, a detta di tutti il periodo più florido per l'Austria in campo calcistico.

L'Hakoah nacque sull'onda dell'appello lanciato un decennio prima da Max Nordau, padre fondatore del sionismo assieme a Theodor Herzl. Durante un congresso del movimento tenutosi a Basilea nel 1898, Nordau aveva sostenuto la dottrina del "Giudaismo Muscolare", sorta di emancipazione degli ebrei da raggiungere attraverso le attività sportive. "Vogliamo restituire al flaccido corpo ebreo il suo perduto vigore - disse Nordau - gli ebrei devono dimostrare a loro stessi, e al mondo, quanta vitalità abbiano ancora in corpo". Dal suo punto di vista, lo sport era strumentale per fronteggiare l'antisemitismo, che non considerava gli ebrei portati per l'attività fisica.

L'Hakoah disputava gli incontri casalinghi in un piccolo stadio a Krieau, vicino a dove oggi sorge l'Ernst Happel Stadion. I suoi giocatori indossavano maglie con una stella di David cucita sul petto e venivano etichettati come "maiali ebrei" da qualche tifoseria avversaria. Per proteggere squadra e sostenitori dagli antisemiti, il club ingaggiò i suoi pugili e lottatori come guardie del corpo da sistemare all'esterno degli stadi e persino delle sinagoghe, come racconta Franklin Foer nel suo libro "Come il calcio spiega il mondo".

È pertanto inconcepibile pensare di scindere l'epopea dell'Hakoah dalla storia degli ebrei della capitale austriaca: la squadra si accattivò subito la simpatia dei 200mila che formavano la comunità viennese e pare che anche lo scrittore Franz Kafka fosse un fiero sostenitore dell'Hakoah.

Il sogno di Nordau iniziò a materializzarsi dopo il primo conflitto bellico mondiale. Un traguardo iniziale venne raggiunto nella primavera del 1923, quando il tecnico scozzese Billy Hunter ed il tattico Arthur Baar rimediarono un paio di amichevoli contro il West Ham United. Dopo un pareggio (1-1) a Vienna, l'Hakoah sbancò Londra con un roboante 5-0. Gli inglesi avevano schierato numerose riserve, ma ciò non era sufficiente a sminuire la prima, storica sconfitta di una squadra britannica, per mano di una formazione straniera, sul proprio suolo.

L'Hakoah vinse il titolo nazionale nel 1925, esibendo uno stile innovativo e giocatori talentuosi. Se l'ala destra Sándor Nemes era, a detta di un giornalista del "Philadelphia Jewish Times", popolare in Austria almeno quanto lo era in America il giocatore di baseball Babe Ruth, probabilmente il mediano Béla Guttmann è colui che ha conosciuto maggior notorietà. Dopo aver contribuito alla conquista dello scudetto, giocò un paio di stagioni a New York e poi allenò in tredici paesi diversi - in Italia guidò il Padova, la Triestina ed il Milan di Gren, Nordahl e Liedholm -, regalando due Coppe dei Campioni al Benfica.

La popolarità dell'Hakoah crebbe a dismisura e nel 1926 la squadra fu invitata ad esibirsi negli Stati Uniti: nonostante i giocatori fossero stati accolti dall'entusiasmo degli ebrei americani e addirittura ricevuti alla Casa Bianca dal presidente Calvin Coolidge, il loro tour alimentò qualche polemica. Alcuni rabbini criticarono aspramente la decisione di giocare quattro degli undici incontri in calendario di sabato pomeriggio, in corrispondenza dello Shabbat, il giorno di festa degli ebrei. Alla fine, tuttavia, in migliaia accorsero agli incontri, con un picco da 46mila spettatori ai Polo Grounds di Manhattan il Primo Maggio.

La tournée americana costituì l'apice dell'Hakoah. Numerosi iscritti si trasferirono in Nord America e nel Mandato britannico della Palestina e il club ne risentì. Nel frattempo la situazione politica precipitò e l'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania del 1938, fece da spartiacque: gli impianti sportivi dell'Hakoah furono confiscati, la società fu sciolta dalla nuova Gauliga Ostmark e sparì dagli almanacchi del calcio austriaco. Quasi a voler dare il colpo di grazia, Löhner e numerosi atleti trovarono la morte nei campi di concentramento.

Riportata in vita dopo la fine della guerra da quanti erano riusciti a sopravvivere all'Olocausto, l'Hakoah non fu tuttavia in grado di ripetere quella straordinaria epoca. Soprattutto, il club sta vivendo una sorta di esilio, non potendo reimpossessarsi degli impianti confiscati.

Il nuovo millennio coincide con una nuova era per l'Hakoah. La comunità ebrea viennese ottiene il diritto di riprendere, seppur in affitto, il vecchio terreno del club nel 2000 e, cinque anni dopo, ne acquista una parte per dieci milioni di euro. Il nuovo centro sportivo dell'Hakoah apre infine i battenti l'11 marzo 2008, giorno che precede il settantesimo anniversario dell'invasione nazista a Vienna. Nonostante si dimeni nelle categorie minori sotto il nome di Maccabi, la squadra di calcio è ancora in vita ed i suoi giocatori portano sul petto la stella di David. Che la forza sia con loro.

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