lunedì 26 marzo 2012

La rabbia e l'orgoglio


Photo source: Dailyrecord.co.uk

 Rispolverare il titolo di un libro, peraltro assai controverso, di Oriana Fallaci per parlare di sport, forse, può apparire esagerato, addirittura fuorviante. Eppure la rabbia e l'orgoglio sono protagoniste principali della storia che voglio raccontare oggi. Anzi, è pure presente l'aspetto religioso, filo conduttore della sopraccitata opera della Fallaci.

Sport e religione. Due parole che, in campo calcistico, si possono tradurre con altrettanti nomi: Celtic e Rangers. Il derby di Glasgow è forse una delle stracittadine più affascinanti, ma anche più inquietanti, nella geografia del pallone. Celtic e Rangers, separate da una rivalità feroce, sono i due club più titolati del calcio scozzese ed assieme contano 96 scudetti in 115 campionati: l'ultima volta in cui lo scudetto è stato vinto da una squadra che non fosse di Glasgow risale al 1985, quando trionfò l'Aberdeen che all'epoca vantava Alex Ferguson come allenatore.


Non manca, come in altri derby, l'aspetto sociale: i Rangers sono la squadra della borghesia, il Celtic è l'undici degli immigrati irlandesi che giunsero a Glasgow nella seconda metà del XIX° secolo in seguito alle carestie provocate dalla malattia della patata.

Ma ancora più forte è l'elemento religioso: i protestanti tifano Rangers, i cattolici impazziscono per il Celtic. Basti pensare che a fondare i biancoverdi è stato un monaco, padre Walfrid, e che per lungo tempo Ibrox Park ha ospitato gli incontri dell'Ordine di Orange, una confraternita anticattolica. Tutto questo in un paese come la Scozia, fedele al Papa fino al sedicesimo secolo, quando la Riforma luterana attecchì anche da queste parti.


È giunta l'ora di raccontare l'ennesimo capitolo di una saga che, alla luce della cronaca delle ultime settimane, è diventata più avvincente che mai. Un capitolo, il 398° di questo interminabile romanzo, che è stato scritto proprio ieri...


Photo: Scotsman.com
Va bene tutto. Va bene veder sfumare il quarto titolo nazionale consecutivo. Va bene che a vincere lo scudetto siano loro, quei giocatori con la maglia a righe orizzontali bianche e verdi, rivali da oltre un secolo. Va bene l'onta l'amministrazione controllata della società, per evitare - almeno per ora - l'ancor più vergognosa eventualità del fallimento. Va bene la penalizzazione di dieci punti in classifica, con tanto di addio ai sogni di gloria. Ma che "quelli" abbiano la possibilità di festeggiare la matematica vittoria del campionato contro di noi, nella nostra casa, no, non è ammissibile.

È assai plausibile che pensieri simili abbiano albergato, per l'intera durata della settimana scorsa e fino al calcio d'inizio della partita di ieri, nella mente dei giocatori dei Rangers durante le sessioni di allenamento a Murray Park.

L'undici di Glasgow sta attraversando una crisi senza precedenti nella sua ultracentenaria storia: per la prima volta è stato posto in amministrazione controllata. Colpa di mancati versamenti nelle casse del fisco di Sua Maestà, un'insolvenza da ben quarantanove milioni di sterline.

Penalizzati di dieci punti in classifica, un provvedimento che di fatto regala lo scudetto agli acerrimi rivali del Celtic, i Rangers rischiano adesso di non ottenere la licenza della Uefa necessaria per partecipare alle coppe europee, dove non mancano ininterrottamente dalla stagione 1980-81.

Quelli della sponda cattolica di Glasgow, quelli con cui i Rangers possono al massimo condividere lo stesso sponsor stampato sulle maglie da gioco, invece se la stanno spassando. E sognano il più proibito dei sogni: festeggiare il 43° scudetto della loro storia vincendo ad Ibrox Park, nella tana del nemico.

Photo: Celticminded.com
La storia dell'Old Firm, questo il poco invidiabile nome affibbiato al derby di Glasgow - fu coniato agli inizi del Novecento dal popolare periodico The Scottish Referee per sottolineare l'accordo tra le due rivali, in nome dell'odio che le separa, per trionfare a discapito delle altre squadre scozzesi -, si fa ancora più appassionante.

"Un incontro amichevole": così un giornalista descrisse l'atmosfera che regnava il 28 maggio 1888, quando Celtic e Rangers si affrontarono per la prima volta. Da allora la sfida tra cattolici e protestanti ha assunto sempre più i connotati di una spietata guerra tra guelfi bianchi e guelfi neri: non sono mancati episodi di brutale violenza, cori di pessimo gusto che inneggiano a spargimenti di sangue e massacri, politiche di settarismo da parte dei Rangers nei confronti di calciatori, dirigenti e persino magazzinieri o custodi di fede cattolica.

Ci è voluto più di un secolo per abbattere la parete delle divisioni religiose, esattamente nello stesso anno in cui il Muro di Berlino fu preso a picconate: è il 1989 quando l'allenatore dei Rangers Graeme Souness fa acquistare dal nuovo presidente David Murray - lo stesso che un anno fa ha venduto il club a Craig Whyte per un milione di sterline - il centravanti Maurice Johnston.

Elemento di spicco della nazionale scozzese, attaccante che garantisce un cospicuo numero di marcature, Johnston ha il grosso difetto di essere cattolico. Ne ha due, per la verità: ha giocato nel Celtic.

Costato un milione e mezzo di sterline, l'acquisto da parte dei Rangers di un calciatore cattolico scatena immediatamente il malcontento sia tra i rivali, che si sentono traditi da colui che era uno dei loro idoli, sia tra i protestanti, con scritte minacciose sui muri di Glasgow e immagini di Souness bruciate nel centro di Belfast.

Photo: Lorenzoamoruso.com
Eppure Johnston riesce a vincere le diffidenze dei suoi nuovi tifosi, tanto da mettere più o meno tutti d'accordo con il gol della vittoria nel primo derby in cui affronta il Celtic da avversario. E allo stesso modo ci è riuscito il difensore italiano Lorenzo Amoruso, divenuto il primo capitano cattolico nella storia dei Rangers.

Adesso, però, la squadra protestante di Glasgow ha aggiunto alla lista delle "prime volte" una delle meno nobili: l'entrata in amministrazione controllata. Che spalanca agli odiati rivali le porte della propria bacheca, dalla quale il Celtic può sottrarre il titolo nazionale.

Ma i Rangers non ci stanno. Hanno perso dieci punti in classifica, hanno dovuto accantonare l'idea di festeggiare il quarto scudetto consecutivo, rischiano di non poter partecipare, per la prima volta negli ultimi trenta anni, alle competizioni europee. Eppure c'è ancora una cosa che non hanno perso: l'orgoglio.

È questa la carta che prova a giocarsi l'allenatore Ally McCoist, il miglior marcatore di sempre nella storia dei Rangers con 355 reti. Vuole provare a segnare un altro gol. Che non sarà sufficiente ad evitare il trionfo del Celtic. Ma che, almeno, eviterebbe ai tifosi protestanti di assistere al più indecoroso degli spettacoli, dalla loro prospettiva: vedere i cattolici celebrare lo scudetto ad Ibrox Park contro di loro, nella loro cattedrale, come nel lontano 1967.

Photo: Channel4.com
Si capisce fin da subito che i Rangers sono tutto fuorché remissivi, arresi di fronte all'evidenza. Anzi. Basta una decina di minuti: Sone Aluko, centrocampista nigeriano, riceve il pallone poco oltre il cerchio di centrocampo, nel territorio nemico.

Un avversario prova a sbarrargli la strada, ma lui è più scaltro: fa passare la palla sotto le gambe e, con un rapido cambio di passo, fugge verso l'area di rigore. Charlie Mulgrew e Thomas Rogne, i cagnacci della difesa del Celtic, lo attendono al varco: Aluko vanifica anche il loro intervento, costringe il portiere Fraser Forster a lasciare incustodita la rete e porta in vantaggio i Rangers con una conclusione che accarezza il prato di Ibrox Park. Uno a zero.

Il pubblico, ebbro di gioia per il gol che complica i piani dei rivali, va ulteriormente in visibilio in prossimità della mezz'ora, quando il direttore di gara Calum Murray caccia negli spogliatoi il sudcoreano Cha Du-Ri per un fallaccio ai danni di Lee Wallace. Stessa sorte per il giovane centrocampista keniota Victor Wanyama dodici minuti dopo la ripresa delle ostilità, ed anche per l'allenatore Neil Lennon, espulso tra il primo ed il secondo tempo.

Potendo beneficiare della doppia superiorità numerica, i Rangers possono scacciare definitivamente i fantasmi dello scudetto dei rivali in casa propria.

Mancano meno di venti minuti al termine dell'incontro quando Steven Whittaker scodella un pallone al centro: Wallace, la cui incursione in area avversaria è andata a buon fine, ha l'occasione per raddoppiare. Forster gli nega la gioia, ma non riesce in un secondo miracolo quando Andrew Little è lì, appostato da due passi, che scaraventa la palla in fondo al sacco. Due a zero.

Wallace riesce nel suo intento cinque minuti dopo, quando sradica il pallone dai piedi di Adam Matthews e lo serve il compagno Steven Davies, innescando il contropiede. Il capitano dei Rangers attira su di sé un difensore e restituisce palla e favore a Wallace, che stavolta batte Forster. La parrocchia protestante di Rangers è in estasi totale. Tre a zero.

Anche il Celtic, tuttavia, conserva ancora il proprio orgoglio. E prova una rabbia smisurata, per quelle due espulsioni che hanno pesantemente condizionato l'andamento dell'incontro.

Photo: Sport.yahoo.com
Il finale è da brividi, degno di un derby costellato da una successione di colpi di scena a cui manca un epilogo che non sia troppo scontato. Carlos Bocanegra abbatte nell'area dei Rangers il gigante greco Georgios Samaras. Murray, ancora una volta, è inflessibile: rigore ed espulsione per il difensore americano. Il capitano biancoverde, incitato dai tifosi assiepati alle spalle del portiere Allan McGregor, mantiene la necessaria lucidità. Manca un minuto allo scadere. Tre a uno.

Sotto di due reti, ed ancora in inferiorità numerica, il Celtic non sembra poi fare così paura. Eppure, ancora una volta, la rabbia e l'orgoglio si rivelano ideali compagni di squadra. Si sta giocando poco più di un minuto dei quattro di recupero: Kris Commons batte una punizione da sinistra. Thomas Rogne sale in cielo, impatta il pallone con la fronte e castiga McGregory. Tre a due. I cattolici pregano, il miracolo può ancora manifestarsi.



Ma è l'ultimo sussulto. Dopo quattro minuti di attesa, Murray decide per la fine della contesa. Ibrox Park si lascia andare ad un urlo collettivo che è gioia e liberazione allo stesso tempo. C'è la rabbia del Celtic, che dopo una striscia fruttifera di ventuno giornate ed un solo gol concesso nelle ultime otto partite, tornano ad essere sconfitti con tre reti sul groppone. C'è l'orgoglio dei Rangers, che non vinceranno lo scudetto ma, almeno, hanno evitato il trionfo nemico nel loro territorio.

La festa è qui, allora. Eppure non durerà a lungo. Salvo clamorosi stravolgimenti, domenica prossima il Celtic diventerà comunque campione di Scozia, con tutto quel che può significare per un tifoso dei Rangers. E sabato scade il termine, per i Rangers, per rimettere i conti a posto e rientrare nei parametri richiesti dalla Uefa per concedere il visto europeo.

Che Dio gliela mandi buona.

Fonti:
Foer, Franklin (2004). Come il calcio spiega il mondo. Teoria improbabile sulla globalizzazione. Baldini Castoldi Dalai editore.
Kuper, Simon (2008). Calcio e potere. Isbn edizioni.
Lesay, Jean Damien (2007). Il calcio. Teatro di vita. Angelo Colla editore.
Lindsay, Cleve (2012). Rangers win dramatic derby to deny Celtic title. BBC Sport, 25 marzo.

Nessun commento:

Posta un commento